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Cosa c'è al di là del risultato?
Crescere tutti o si soccomberà, l'unità d'intenti è il solo viatico per la vittoria finale.
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Siamo solo alla seconda di Campionato e per il Napoli di Benitez è già tempo di verdetti. Squadra in crisi, risultati negativi, campagna estiva inesistente, inadeguatezza dell’allenatore, sogno/obiettivo Scudetto sfumato malamente e chi più ne ha ne metta. Una situazione catastrofica, fin tanto da chiedere al presidente De Laurentiis – e neanche con modi tanto gentili – di andarsene a quel paese a far qualche altra cosa, lui che è il male del Napoli. Così come Rafa Benitez, accolto come il Messia con tanto di sventolìo di palme mentre entrava a Castel Volturno in groppa a un asinello e, passata la Pasqua, preso a sputi e pietre per la via del calvario. Sul quale è solo da issare la croce al fianco dei vari David Lopez e Michu, condannati prima ancora di poter dimostrare il loro pieno valore. Non soli, certo, ma in buona compagnia. Come ad esempio di quel De Guzman che, segnando al Genoa, aveva riscosso pareri positivi per poi, due settimane dopo, essere etichettato come il brocco simbolo del mercato fallimentare. O Lorenzo Insigne che tanto, o gioca bene o gioca male, sarà sempre il mediocre da immolare sull’altare sacrificale. Per non parlare poi dei vari "Higuain" che da top player son diventati garzoni del ciabattino.

Questo il clima, fischi, contestazione, insulti e titoloni costruiti sull’onda dell’euforia (negativa) della piazza da divertentissimi scienziati del pallone, quelli che per indole son sempre pronti a salire sul carro del vincente per poi, in caso contrario, subito riscendere per lanciare la frutta marcia. Quando di marcio c’è ‘sto mondo che non vuole capire ma solo andare contro, che parla per il sentito dire, che s’indigna per tutto e per niente, che vive l’esaltazione, domenica dopo domenica, di un nuovo dio del calcio solo e solamente nell’attesa di distruggerlo poi alla partita successiva.

Ieri il Napoli ha perso, in casa col Chievo, in una partita di quelle che, dalle nostre parti, si etichettano come semplici o scontate. E capisco che i tifosi giunti ieri al San Paolo abbiano pagato il (modico) prezzo del biglietto per vedere i propri beniamini trionfare. E capisco anche che i tanti che non han visto la partita non si riescano a spiegare l’accaduto – anche se bisognerebbe ricordare che il Chievo è, da diverse stagioni, la bestia nera degli azzurri. Chi ha però assistito a quei 95 minuti maledetti non può però, in linea con la propria onestà intellettuale, non riconoscere che la squadra ha giocato una gran partita, sempre all’attacco, creando tantissimo e giocando praticamente da sola. Dimostrazione ne è data dal 70% circa di possesso palla, tanto per intenderci il più alto della giornata di Serie A, un gioco non certo sterile alla luce delle 33 conclusioni fatte, un piccolo record che di solito frutta largamente i 3 punti. La classica giornata storta, in pratica, dove cadi vittima di tanta sfortuna, poca lucidità sottoporta e un portiere in giornata di grazia. Un risultato, certo, che fa male e su cui è giusto ragionare e finanche arrabbiarsi. Ma solo per l’impegno proferito dagli interpreti in campo una prestazione che non merita fischi e scenari così ingenerosi.

Questi sono i presupposti, quindi, e in verità c’è poco da dire o da fare. Se si dovesse andar dietro a quello che si vede e si legge in questi giorni non resterebbe altra strada che rasare al suolo l’idea data in questa decina d’anni, facendo poi ben attenzione a coprir tutto con due dita di sale ché sopra non ci cresca più nulla. La piazza vuole vincere e fa bene. Ma bisogna anche capire che non si vince solo con un top player in più e nemmeno con valanghe di petroldollari sperperate per mari e per monti – la storia, pur recente, lo grida a gran voce. Si vince con la mentalità vincente, cosa che il Napoli risorto dalle ceneri ancora, ed è fisiologico, non ha. E la mentalità si acquista lavorando nel tempo con un progetto serio e ben strutturato, come questo è, e per questo bisogna esser pazienti. E accompagnare contestualmente questo processo, perché alla costruzione di un mentalità vincente della squadra si deve accompagnare inevitabilmente la costruzione di una mentalità vincente dei propri tifosi, altra cosa che, senza dubbio alcuno, manca. Quella famosa unità d’intenti di cui parlava, il vincente, Rafa Benitez appena due giorni fa.

15/09/2014 ore 19:52 | Articolo inserito da Gianvito Piscitiello
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